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...Non c'è niente che valga la natura, e l'occhio si educa al suo contatto.
La frase di Cèzanne, del 1904. Scriveva così al critico-amico Bernard, e continuava:
Voglio dire che in un'arancia, una mela, una
sfera, una testa, c'è un punto culminante, e questo
punto ha sempre gli effetti più tremendi, luce ed ombre,
impressioni di colore, il più vicino ai nostri occhi....
E ancora (a Louis Aurenche) perchè il sentire
la natura - facoltà che è in me vivissima - è la base
necessaria di ogni concetto d'arte su cui riposa la
grandezza e la bellezza dell'opera futura....
La natura.
Sentire la natura. La lezione degli impressionisti ha
inciso con un bisturi affilatissimo nel tessuto più vivo
della pittura, da un secolo ad oggi. Una lezione che
trova eco in ogni piega della storia dell'arte. Dipingere
en plen air, in un contatto-confronto continuo con
la natura: emozioni, sensazioni, luce più luce, atmosfera,
magia del colore. E poi l'umanità, la realtà, il
bruciare in piazza il fantoccio della retorica, dei luoghi
comuni, delle ipocrisie. E la modestia (così avara oggi)
che faceva sussurrare sempre a Cèzanne pochi mesi
prima di morire: continuo i miei studi... io vado avanti
lungo la mia piccola strada. Studio sempre dal vero e
mi pare di far lenti progressi.
Queste cose mi venivano
in mente - fatte naturalmente le giuste proporzioni
- osservando i quadri di Baratto. E sentendolo discorrere,
pacato, schivo, quasi timido dietro la maschera
carbone della sua barba. Mi parlava dell'emozione
che prova tuffandosi nella natura. Di quella ebbrezza
strana, antica, a volte così densa da sembrare quasi
palpabile. Poi il contrasto tra i risultati dell'operare nel
chiuso dello studio e gli altri, i veri, rubati alla natura
con il cavalletto ficcato tra le vigne, appeso in pazza
acrobazia in collina, nella polvere di uno stradone fuori
mano. Ed ecco, in cornice, l'odore del paesaggio
veneto; il morbido digradare dei verdi - infiniti - verso
fazzoletti di luce rosa, quasi carne. Il tema, il soggetto,
non conta: è un pretesto il discorso è vecchio ma
riacquista forse proprio in questa stagione, che insegue
l'ubriacatura dei simboli, un significato inedito
un pretesto per fermare le piccole magie inventate
dalla natura per chi le sa scovare. Ed è bello, mentre
attorno ai tavoli in plexiglas si discetta a labbra strette
segniche per elaboratori elettronici, sull'invenzionismo
e lo spazialismo esoterico, sull'inconicità, sulla
teoria tatligine digitalizzata con 32 toni di grigio (M.
Nagao), è bello fuggire con Baratto a respirare una
boccata d'aria tra gli ulivi di Bassano o gettarsi tra
l'erba alta sulla riva del Brenta.
E dipingere, anche.
Senza rabbia, senza fretta. Con amore.
Roberto Joos - 1975
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